Terzo settore, bluff o riforma storica?

 

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Ad un anno dalla nascita dell’idea riformatrice lanciata dal presidente del consiglio Matteo Renzi al Festival del Volontariato di Lucca, il testo della riforma del terzo settore è approdato alla Camera con le modifiche apportate alla versione originaria da parte della Commissione Affari Sociali. Una discussione che si profila abbastanza rapida -resta l’incognita del possibile ostruzionismo di alcune forze politiche a cominciare dal Movimento 5 Stelle, ma i primi segnali fanno ben sperare la maggioranza parlamentare- e che proseguirà mercoledì 8 aprile in Aula.

Il testo rispetto alla bozza del Governo contiene delle novità soprattutto nella sua struttura di disegno di legge. Lo dimostra l’osservazione dell’articolato che inizialmente era composto da 7 articoli. Oggi il disegno di legge è arrivato a 10. In particolare quelli che hanno subito una ristrutturazione notevole sono gli ex 1, 2 e 3: di fatto riscrivono i fondamenti civilistici di tutto il terzo settore.

Una delle tante novità riguarda l’inedita, per un testo di legge, definizione di cosa sia il terzo settore. La quale è e rimane tutt’ora sostanzialmente una definizione sociologica. Ma il testo compie l’operazione dal punto di vista del codice civile; si sostiene la libera iniziativa, si promuove il principio di sussidiarietà, si dà possibilità ai cittadini di organizzarsi e accedere alla personalità giuridica in un regime non più concessorio, ma di riconoscimento.

“All’interno di questa libertà, –spiega il deputato Pd e presidente del Centro Nazionale per il Volontariato Edoardo Patriarca- abbiamo affermato che dentro tale mondo c’è anche il terzo settore. Il quale è una parte rilevante della sfera civile ed economica italiana”.

Il secondo passaggio importante è stato la riscrittura dell’articolo 2 che afferma i principi e i criteri del terzo settore.

“Chi vuole essere terzo settore –aggiunge Patriarca- deve assoggettarsi a regole ben più precise di quelle che riguardano il generale rispetto della libertà di associazione dei cittadini. Nel momento in cui si decide di partecipare alla gestione dei beni comuni in opere di utilità sociale, e in virtù di questo ci si qualifica un soggetto pubblico non statale e quindi si agisce per il bene comune, lo Stato favorisce e sostiene attraverso un sistema di agevolazioni fiscali e accessi a risorse. Tutto questo per separare veramente il grano dal loglio, per impedire come accadeva per il 5 per mille che entrassero nelle liste soggetti beneficiari che non era opportuno ci fossero”.

Questi passaggi della riforma -codice civile, sburocratizazione, riconoscimento della personalità giuridica, regole etc.- fissano regole molto impegnative ed aprono le porte ai conseguenti, e ancora da definire, regimi di agevolazione fiscale e non solo. Un aspetto che con ogni probabilità sarà la chiusura del cerchio della riforma, cioè riguarderà la parte finale dei decreti attuativi.

Dentro questa operazione la riforma stessa introduce il registro unico del terzo settore che si profila come una sorta di integrazione funzionale dei registri esistenti a livello regionale e ministeriale. Un’operazione che dovrebbe permettere di poter conoscere le caratteristiche principali di ciascuna organizzazione per tutelarne la fede pubblica e dare possibilità ai cittadini di conoscere e partecipare.

Perché non c’è l’Authority

Il testo originario della riforma rimandava le funzioni di vigilanza ad una struttura di missione. “Una proposta non ricevibile –osserva Patriarca- perché è di natura temporanea, decade con il governo”.

Sulla proposta del Pd di istituire non tanto un Authority bensì un’Agenzia, in questi mesi dentro e fuori la Commissione c’è stato un confronto schietto col governo la cui volontà era quella di evitare di istituire un’altra authority prima di rivedere l’intero sistema italiano che di certo non brilla per funzionalità ed efficacia.

“Si è optato –spiega Patriarca- per un progetto di controllo diffuso non legato solo ad un’Agenzia che troverà il centro propulsore nel Dipartimento del Terzo settore del Ministero del Welfare che dovrà gestire il registro unico, prevedendo, con risorse aggiuntive, la messa in rete di altri Ministeri e il coinvolgimento dell’Agenzia per le Entrate, e collaborando anche con altri soggetti del terzo settore aperti che possano favorire l’autocontrollo del sistema di terzo settore”.

Non un testo unico, ma un codice

La riforma non prevederà, come era stato da alcuni ventilato, un Testo Unico per il Terzo Settore, bensì un codice che delinei una cornice giuridica normativa solida, condivisa e valida per il terzo settore. La cornice sarà costruita partendo dal presupposto di rispettare l’attuale struttura normativa esistente, di preservare in sostanza la biodiversità organizzativa nel terzo settore fatta di tanti soggetti normati da leggi differenti (organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, associazioni di promozione sociale, cooperative sociali etc.). Il codice dunque fornirà una cornice legislativa unica, valida per tutti, dentro la quale ci sono le singole leggi di settore.

“L’articolo 5 della riforma –aggiunge Patriarca- si dedica invece con decreti legislativi ad una revisione organica delle discipline riguardanti volontariato, promozione sociale e mutuo soccorso con indicazioni molto puntuali che si ritrovano nel testo e su cui era stata data anticipazione alla fine del percorso in commissione”.

Gli importanti dettagli sul servizio civile

Anche in merito al servizio civile si è dibattuto molto e alcune questioni restano aperte. Sia dentro al Partito Democratico sia nel mondo associazionistico si vuole fortemente mantenere e preservare l’aggancio dell’istituto con il valore della difesa della patria. Nel testo attuale si parla sia di difesa della patria sia di servizi di solidarietà, ambiente, cultura etc. La differenza non è di poco conto dal momento che differenziare il servizio civile dalla sua funzione di difesa civile può significare configurarlo come supplenza strumentale di servizi, dimenticando la valenza culturale, educativa e formativa. E potrebbe significare anche diluirne il valore nazionale con la responsabilità che invece dovrebbe avere, a detta dei fautori del forte valore di difesa della patria, lo Stato senza delegarlo a materia concorrente con le Regioni. Un punto su cui anche in sede di confronto fra Stato e Regioni si sono registrate delle frizioni in senso opposto.

I punti esposti al dibattito parlamentare

Nonostante l’ottimo lavoro svolto in commissione, le questioni aperte rimangono molte e riguardano in sostanza il tema dell’ìimpresa sociale, l’impatto sul welfare italiano della riforma, la questione delle risorse economiche, nonché i già ricordati punti che riguardano le funzioni di vigilanza e il servizio civile.

Impresa sociale o colonizzazione del profit?

Sul tema il Movimento Cinque Stelle ha già criticato la riforma, ma non è l’unica forza politica o sociale a farlo. Il punto di critica più forte riguarda la possibilità di redistribuzione parziale degli utili dell’impresa sociale che di fatto rompe nel terzo settore il tabù dello zero profit. Anche dentro al Partito Democratico il dibattito è stato ed è forte, con il timore che l’impresa sociale possa essere colonizzata in varie forme: ad esempio da fondi di investimento disponibili o da imprese profit interessate ad entrare nel mercato dei beni comuni, usufruendo di agevolazioni fiscali e utilizzare lo strumento per posizionarsi. La Commissione ha trovato un punto di mediazione, rispettando la parziale distribuzione degli utili e lasciando l’opzione dell’indivisibilità del patrimonio, integrando e inquadrando il tema in sostanza con quello che esiste già per le cooperative a mutualità prevalente e quindi vincolandolo ad una norma già esistente. Ma togliendo a quel punto la possibilità di accesso alla fiscalità agevolata.

Altro compromesso, che è una novità rispetto al testo precedente, riguarda la possibilità per la imprese private e le amministrazioni pubbliche di assumere cariche sociali negli organismi di amministrazione salvo il divieto di assumerne la presidenza e il controllo. È una mediazione rispetto alla legge del 2005 sull’impresa sociale che vietava la partecipazione nei Cda o organismi di partecipazione. È in sostanza un possibile strumento per partecipare.

Questi compromessi non hanno di fatto spazzato via le critiche, ma hanno indebolito il profilo di coloro che ambivano ad un’impresa sociale più “spinta”. Pur essendo necessario difendere la pluralità dei soggetti imprenditoriali le critiche più spinte alla presunta colonizzazione da parte del profit dell’impresa sociale sembrano replicare un po’ il dualismo fra Stato e Mercato che relega il terzo settore a quello “delle buone azioni” e nega una crescita quantitativa e qualitativa certificata anche con il censimento Istat sul non profit.

Riforma valorizzatrice o privatizzatrice del welfare?

Un’altra critica, che arriva soprattutto dal movimento cinque stelle, riguarda il fatto che la riforma incentiverebbe una sorta modifica sotterranea del welfare, chiamando in causa massicciamente il terzo settore e spingendo per una lenta de-responsabilizzazione dello Stato e delle Pubbliche Amministrazioni. Un’accusa che è contestata ampiamente da chi sostiene il percorso di riforma: di fatto già il terzo settore opera nel welfare, il principio della libera auto-organizzazione dei cittadini va rispettato e comunque nella delega si fa rifermento alla cornice della Legge 328 affermando fortemente che il contesto di riferimento del welfare italiano rimane quello, con tutte le sue implicazioni di ordine universalistico e lasciando la tutela dei cittadini più fragili in capo alle amministrazioni pubbliche. Per questo è più facile ipotizzare che la politica oltre a non ritirarsi sarà chiamata ad essere ancora più presente in un sistema più complesso e ramificato che riconosce fortemente il terzo settore.

Una riforma a costo zero, dunque inutile?

Altre critiche che giungono riguardano il presunto bluff della riforma per il fatto di non profilare la garanzia di risorse economiche, una sorta di grande operazione a costo zero che non porterà niente perché nella legge di stabilità ci sono state per ora poche risorse e anche il cinque per mille non è stato stabilizzato e neppure si mettono a disposizione risorse per il volontariato. Su questo punto esponenti governativi hanno sottolineato come già le risorse complessive per le questioni che stanno a cuore al settore siano aumentate, ma in realtà il tema rimane aperto. Verrà definito in sede di confronto, anche aspro, che il Parlamento dovrà sostenere con il Governo per far sì che la riforma catalizzi risorse, senza dimenticarsi che anche le agevolazioni fiscali per la ragioneria dello Stato rappresentano dei costi perché implicando minori entrati devono prevedere le coperture. In mancanza di risorse sufficienti, l’accusa di aver fatto solo un’operazione legislativa e intellettualistica di rifinitura dei testi prenderebbe piede. A settembre, con la Legge di Stabilità 2016, molte cose saranno più chiare.

 

Il testo verrà probabilmente chiuso alla Camera, salvo ostruzionismi, la prossima settimana con la possibilità che registri anche una forte convergenza fra le forze parlamentari. Poi approderà in Senato e se in quella sede non ci saranno modifiche rilevanti –ma è da escludere che il governo ponga la fiducia su una legge del genere- è probabile che entro l’estate la partita legislativa si chiuda. E si apra quella più importante che riguarda i decreti attuativi, le risorse finanziarie e le decisioni che il governo dovrà assumere per rispondere adeguatamente alle aspettative e alle promesse fatte.

Un grazie a Giulio Sensi 

www.volontariatooggi.info

 

 

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