Storia – Era la notte buia dello Stato Italiano, quella del 9 maggio ‘78

Da pochi giorni si è celebrato un anniversario non da tutti capito nel suo vero significato.
Un commento interessante di Matteo de Seta che ospitiamo molto volentieri
Il 9 maggio è un giorno importante per l’Italia. A ripercorrere nel tempo gli eventi che si sono susseguiti in questo giorno viene certamente da riflettere.
Ci sono varie ricorrenze che ci piace ricordare, che siano esse legate ad un ricordo negativo o positivo, che sia esso stesso personale o collettivo. Non ha importanza. E’ fondamentale che ci sia un qualcosa, in quella ricorrenza, che la renda affascinante anno dopo anno. Che sia chiaro: il 9 maggio l’Italia non ha granché da “festeggiare”. Si tratta, appunto, di ricordare. Ma a cosa aggrapparsi? Cosa ci offre la storia? Bisogna ammettere che il nostro bel paese era partito davvero bene per quanto riguarda il 9 di maggio.
La battaglia di Cornuda (ora in provincia di Trieste) del 1848 rappresenta quello che ancora oggi viene ricordato come il primo episodio bellico del Risorgimento italiano. Non solo; fu il primo scontro in cui le truppe italiane agirono in nome dell’Italia. Nel pieno della Prima guerra d’indipendenza contro il dominio austro-ungarico, al fronte vi erano le truppe regolari dello Stato Pontificio sotto il comando del generale Durando e quelle dei volontari sotto il comando del generale Ferrari. In aprile, Pio IX, pronunciò un’allocuzione, la “Non semel”, con la quale si ritirò ufficialmente dallo scontro. Le truppe dei due generali, però, si rifiutarono di eseguire l’implicito ordine. Quelle volontarie di Ferrari, già dall’8 maggio erano nel pieno della battaglia con gli austriaci. Nell’attesa dell’arrivo di Durando, Ferrari mandò in avanti 50 dragoni, o archibugieri a cavallo, che avevano il compito di ritardare l’avanzata nemica. Le truppe regolari non arrivarono e Ferrari dovette ripiegare. Il sacrificio di quei giovani universitari rappresenta il primo lampo patriottico e il primo motivo ricorrente per il quale si potrebbe ricordare il 9 maggio. Certo, i resoconti ci raccontano dell’incapacità dei due generali italiani nel gestire una situazione non così complessa, ma l’atto militare compiuto dai soldati fu tutt’altro.
Tutti ricordano, invece, l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, avvenuto il 24 maggio1915. Ciò che, però, avvenne il 9 maggio fu un evento raro. Ovviamente l’Italia non era obbligata ad entrare in guerra, nonostante l’appartenenza alla Triplice Alleanza con Germania e Austria, dato che quest’ultima dichiarò guerra alla Serbia senza consultare la stessa Italia. Così, mentre la linea ufficiale del paese pareva essere quella neutrale di Giovanni Giolitti, Salandra e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, condussero segreti negoziati sia con Francia e Gran Bretagna, sia con Germania e Austria, per capire “chi offriva di più” per l’intervento italiano. Il 26 aprile venne firmato il Trattato di Londra e si scatenò il pandemonio. Le spinte nazionaliste presero il sopravvento nel paese e all’alba del 9 maggio più di 300 parlamentari lasciarono le loro carte da visita all’albergo di Giolitti, mostrando solidarietà alla linea neutrale. Salandra si dimise, ma per Giolitti fu impossibile formare un nuovo governo, a causa delle accuse continue da parte di Mussolini e D’Annunzio, i quali volevano l’intervento dell’Italia nel conflitto. Il resto è storia. Sappiamo come andò a finire. Quel 9 maggio una politica logora, divisa e debole tentò un’ultima resistenza. Fallì, è vero. Ma fu un gesto nobile e concreto. L’unico probabilmente.
Successivamente per l’Italia cominciò un periodo piuttosto infelice e il 9 maggio divenne giorno infausto. Il 5 maggio del 1936 Benito Mussolini davanti ad una folla di 400.000 persone a Roma, in piazza Venezia, annunciò che l’Etiopia era “de iure e de facto” italiana. Il 9 maggio, invece, annunciò che il re, Vittorio Emanuele III, aveva assunto il titolo di imperatore d’Etiopia. La politica coloniale divenne essenziale per il fascismo, perché la sconfitta di Adua del 1896 rappresentava una macchia indelebile nella storia italiana ed era necessario cancellarla definitivamente. Il problema era che l’Etiopia non fu mai totalmente sottomessa. I generali Badoglio e Graziani dovettero sedare le rivolte più e più volte, utilizzando anche le bombe all’iprite (un gas chimico). Alla fine furono circa 275.000 i soldati morti per l’Etiopia e l’Italia sganciò circa 85 tonnellate di bombe all’iprite sul territorio nemico (secondo i dati raccolti dallo storico Giorgio Rochat). Un bel modo per cancellare una macchia indelebile dalla storia di un paese.
Qualche anno dopo, e allargando un po’ l’orizzonte, si arriva al 1950. Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, pronuncia la cosiddetta “dichiarazione Schuman” a Parigi. Fu la prima volta che venne utilizzata la parola “Europa” come unione economica e politica e, questo rappresentò il primo passo verso l’integrazione europea (l’anno successivo venne istituita la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). Il Consiglio Europeo di Milano del 1985 ha proclamato il 9 maggio “Festa dell’Europa”. Alzi la mano chi ha brindato!
Venne così il 1978Aldo Moro e Giuseppe Impastato. Moro venne rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo in circostanze che tutt’ora lasciano aperte discussioni e dibattiti sulle modalità del rapimento stesso. Le Brigate Rosse volevano “colpire al cuore lo Stato” e catturare Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, il principale artefice del “compromesso storico”, ovvero del connubio fra Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, sembrava la via più semplice e diretta. Il sequestro durò 55 giorni, in cui le Brigate Rosse tentarono di ottenere uno scambio di prigionieri con lo Stato. Il corpo venne ritrovato nel portabagagli di una Renault 4 in via Caetani a Roma, la mattina del 9 maggio. La famiglia impose che al funerale di Stato non fosse presente il corpo, poiché si riteneva che lo stesso Stato non avesse fatto abbastanza per salvare la vita del politico. Ad oggi non si conosce la verità di ogni singolo aspetto di quel che avvenne in quei giorni. Ma la notte fu più buia del solito per l’Italia. La concentrazione della stampa era tutta sul caso Moro e del ritrovamento del corpo del giornalista Impastato ci si dimenticò in fretta. Morì a 30 anni. Dissanguato, sdraiato sui binari e con del tritolo che serviva ad inscenare un presunto suicidio o un improbabile attentato mal congeniato. A Cinisi, in provincia di Palermo, aveva un futuro da mafioso. E lui, fin da subito, si ribellò al suo destino. Divenne giornalista e fondò nel 1976 Radio Aut, una radio libera e autofinanziata, dalla quale denunciava i delitti e gli affari dei mafiosi del territorio. Se la prendeva soprattutto con Gaetano Badalamenti, da lui chiamano “Tano Seduto”. Aveva il sogno di scrivere di mafia, di scrivere che è una montagna di merda (in tal caso non occorrono censure). Qualche giorno prima delle elezioni comunali, alle quali si era candidato, venne brutalmente assassinato. Il corpo fu ritrovato nella notte fra l’8 e il 9 maggio e il suo “caso” venne completamente surclassato dal caso Moro. Venne liquidato. Praticamente ucciso due volte. I processi in Tribunale si sono allungati fino al 2002, quando Badalamenti ha avuto l’ergastolo. Fortunatamente col tempo è stato riconosciuto il delitto di matrice mafiosa, ma il fango gettato su “Peppino” dalla stampa italiana, che solo dopo il 1994 cominciò ad occuparsi del caso, nel periodo del ritrovamento del suo corpo fu una macchia indelebile nella storia del paese (questa sì). Il 9 maggio ricordiamo anche lui.
Il viaggio finisce qui. Forse avrei potuto scrivere prima, così chi leggeva poteva prepararsi al meglio per la ricorrenza del 9 maggio, ma in questo modo ognuno di noi avrà tempo di riflettere e di andarsi a rileggere tutti i documenti storici di questi fatti, per arrivare al prossimo anno pronti a ricordare al nostro paese chi e cosa siamo stati.
 Matteo De Seta
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