Rubrica “L’AntiGagarin” – Al cuore, Ramòn

«Dai. Spara, perdìo. Spara, bello mio. Spara…». Invoco la Madonna fra me e me, pregustando l’attimo dell’omicidio in un misto di passione sadica e rabbia delusa. Ma la punta della penna rimane nel cappuccio, timorosa come la testa di una tartaruga, inceppata come un balbuziente, frustrata e avvilita come una scopata assente. Niente. Scrivere è arduo, scrivere è un esercizio assai riluttante quando le risposte là fuori paiono ovvie e banali. E pure dentro c’hai una confusione che è così vertiginosa da metterti ko in un solo round, e per il resto dei tuoi giorni. La mente è pronta, il fisico cede; il corpo si accende, la mente è lontana. Ogni attimo consecutivo è speculare, si annulla in una bestemmia continua. Nell’attesa l’occhio si affina: Al cuore, Ramòn, devi colpirlo al cuore. Tutto tace finchè un giorno l’equilibrio non si rompe e il ferro spara. Il battito cardiaco aumenta di frequenza, il respiro affanna e la morte agguanta proprio l’assassino. Crollano le stelle, il mondo decompone e poi rinasce come l’Araba Fenice. La tartaruga esce dal guscio, la balbuzie scompare e un orgasmo squarcia la notte bruna. La pistola è impugnata in verticale, attimo filmico: il fumo fuoriesce dalla canna e si espande tutt’intorno, la realtà è nuova, completamente avvolta da una placenta di nebbia.

 

E’ tutto opaco, si sgrana l’immagine, si sgrana. Si sgrana? «Ho un buco allo stomaco, gente. Oggi ho pranzato niente e manca ancora un’ora…». La luna accompagna questo peregrinare storto, ondulato come una schiena appenninica. E’ comparsa poco dopo il Muraglione illuminando questo ammasso di incubi nascosti e, a tratti, il nugolo isolato di luci a intermittenza che popolano il bosco. A San Benedetto in Alpe le case in pietra s’addormono, la luce gialla domina la strada in discesa quando sulla sinistra la terrazza aperta di un bar ristorante risplende di botto, segnando la via dei passanti.

Parcheggio alla cazzo, nei pressi di un monumento ai caduti: «son tutti così, a piramide mozzata» osserva Giulione. Incisi, una serie di morti schiantati per la patria col mitra a ridosso e il sangue in bocca. Qualcuno l’ha scampata e se ne sta sonnacchioso al bar aspettando di marcire, reggendosi il mento col palmo della mano, con le occhiaie che calano di brutto, sciolte come il tempo di Dalì. Bella la patria eh? una vetrina piena di dolciumi, la cameriera in carne col grembiule bordeaux, un giornale incollato al gomito, ché non lo levi manco a pagare: «Scusi, posso?…[silenzio] Scusi signore…signore…signore…signore». Parte un loop che è quasi ironico e potresti continuare una vita intera fino alla prossima guerra, fino alla fine del mondo, ché tanto quello non lo molla e non ti caga manco per il cazzo.

Meglio pensare a rifocillarsi: panino con prosciutto e pecorino d’Appennino. «Vino o birra?» chiedo alla cameriera. Sorride, interdetta e imbarazzata: «Ehm …Birra, ma a me non piace il vino», risponde con l’accento di frontiera. «Affare fatto, signorina: tre oneste Bjorne Beer da 8 e mezzo». I tre imbottiti arrivano su un piatto di pizza in pompa magna come un trofeo di guerra. Ingolliamo tutto in dieci minuti, più un mascarponcino denso per stare leggeri e un caffeino per sfiorare l’Eden. Claudione intanto gira la sua solita cicca post-cena. Ci lasciamo indietro i vecchi che una briscola ridesta dal torpore. Fuori è un freddo becco ma c’ho il finestrino che non va giù, e il motorino costa una sassata. Così fumiamo tutti e tre alla luce gelata dell’ingresso, chiacchierando di stronzate e di come sarà o di come non sarà. Aspettative zero, aspettative mille. D’un tratto il fumo opacizza la vista, ho come uno svarione e la luce s’infrange sulle pupille. San Benedetto muore sull’asfalto, crolla come un sacco di patate, s’accascia all’istante. In contemporanea, la prima fitta al collo (ma non era al cuore?). Son tre settimane che sento i proiettilli alla cervicale, ché non posso manco ridere per sbaglio, nè tossire, nè girare il capo di scatto, magari per fuggire. “Qualcuno ha sparato” penso. «Qualcuno ha sparato» sussurro, smorfiando il dolore… «Eh?» mi fanno gli altri. «Oh…che…dai, gnamo va’, tiriamo che Cesena è in culo al mondo». In mezzora siamo a Rocca San Casciano, quella dei fuochi sì! Vive di rendita ‘sta cittadina: il paese dei piromani, un giorno l’anno, il resto è morte e distruzione; adesso sta con le lucine accese e qualche stronzo che ti appare d’improvviso per la strada e ti chiedi dove vada a quest’ora di sera, solitario come l’ultimo dei disperati. Arriviamo alla piana e la montagna sbocca su una rotta che pare un’autostrada ma non è, e vado a più di cento. E’ la solita SS67 che s’è tirata a lucido, un po’ ingrossata e levigata: siamo quasi a Castrocaro Terme, quello del Festival. «Ma quale festival, precisamente?». «Proprio non saprei…il jazz? il cinema! il canto…la cucina?!…» Poi Forlì e l’aeroporto piccolo che Giulione una volta c’ha pure fatto sosta. E’ una figata dirottare sugli scali di seconda mano, nevvero? Roba per privilegiati d’alta classe. La 67 muore qui, si fa un bel giro torno torno e giù lungo la costa destra. 30 km separan dall’Adriatico “selvaggio”, si scende giù toccando Forlimpopoli iniziando a battere i piedi ché siamo stanchi di guardare il mondo scorrere come in pellicola. La luna è sparita di nuovo, fuori l’odore fresco dei capannoni industriali, la scritta “Amadori” campeggia là a sinistra mentre un pezzo dei National colora la notte di verde. «Tò, questo cd sforna un pezzo migliore dell’altro». Di seguito Cobain suicida i Beatles, prima che la giovane Annarella spari al cuore. Poi Capocolle che pare un salume e finalmente Cesena: una Cesena che non vedremo mai perchè ‘sti posti dove suonano son sempre fuori mano, sempre in mezzo a un vorticare di casoni anonimi e odori di niente. 100 metri al “Vidia” e in lontananza ancora spari. Scontri a fuoco tra le pieghe di provincia. Mi porto pure la giacca che non si sa mai, fuori si bubbola ed è solo ottobre. Al bar del Vidia la prima rossa, un tizio col cappello se la dorme sul divano e penso “Dove sono? pare d’essere a San Carlo”.

La notte della locusta, così l’han chiamata, è piuttosto deserta. Canali se ne sta tranquillo da una parte e pare manco tocchi a lui. «Aspettano la gente – dice – aspettano…».

Entriamo e il buttafuori vuol la destra per il timbro. «Ma come! – esclama Claudio – al Cage di Livorno prendon la sinistra». «Eddai che non è un fatto politico, perdìo, è la legge» risponde il bellimbusto. «E’ la legge…» gli faccio eco, ironico.

Dentro: la pavimentazione è una vecchia strada romana, è una spianata oscura e disseccata di finti sanpietrini, poi una platea semi-deserta circondata da una galleria di tavolini su cui gente di mezza età sorseggia drink discutendo di nonsoche. Mortorio delle 22.07, è ancora presto, prestissimo. Nell’attesa un giro di Menabrea è pagato anche per la mia Clio che là fuori riposa sotto un salice piangente. «Questo posto è una chicca – dichiaro alla barista – adoro soprattutto la pavimentazione ricercata». Ho un accento consapevolmente odioso. Lei mi guarda stranita, Claudione se la ride: «Non farci caso, è un architetto affermato…ci sta attento a queste cose». «Capisco…». Lei non riesce a capire perchè siam venuti qui dal Mugello, due ore di fracasso stradale attraverso le montagne. “Sei carina, ma fottiti” penso. Me ne vado, trangugio, osservo, cammino. Davvero niente male, questo posto. «C’è tempo» mi dico. C’è tempo. Mi faccio un giro al cesso, un buon cesso, devo dire. Varie scritte, una verde parete di specchi, uno strano pisciatoio a forma di anfiteatro. E’ una spia, nevvero? Se il cesso è gradevole, il locale è ottimo. Per il resto il Vidia riscalda, mette a proprio agio, per così dire… come una gonna lunga a scacchi rossi e neri. Poca gente, davvero poca gente quando il vecchio biondo attacca il primo pezzo. Stasera non è in forma. Ha la camicina delle grandi occasioni ma non bestemmia e non infama, non tira testate al microfono, non delira. Meglio così, forse, ché c’ha 60 anni passati e un’ulcera alle spalle. La notte della locusta si dispiega in sguardi soffocanti, assoli disgraziati, precipitazioni, mentre il primo negroni affonda o spara il primo colpo al cuore. Dietro di noi Edda, l’ex cantante dei Ritmo Tribale, compare in pantaloni corti e felpa sportiva sotto un giaccone lungo e spensierato. Ha i capelli grigi e corti, gli occhi luccicanti e il sorriso sperso ed innocente. Tra poco tocca a lui, è in forma, pare. Uno sparo e siamo fuori: sopravvivo, ché ancora sono scarso di bevute. Al tavolino spuntiamo attimi di conversazione, le relazioni a distanza, le lance spezzate. Al cuore, Ramòn. Dietro, la ragazza dalla gonna lunga volteggia nella sua magrezza alcolica, ha la frangia nera e sorride col suo fidanzato giocando a chi la fa più sconcia.

«Avete da accendere?». Un tizio con la barbetta nera si avvicina, amichevole. Da dove veniamo e perchè e che ci fate qui e blabblà. «Siamo studenti Erasmus» sbotta Claudione. Mi piego, mi sganascio e soffro come un cane perchè il collo è ridotto a una schifezza e sento un misto di gioia e dolore. Cristo, voglio ridere, ma piango! AH AH AH! – AHI AHI AHI! E da fuori sembro un masochista estremo radicale, uno di quelli sadici che…AHI! Vaffanculo il vento, ottobre e le frescate… Ride pure il tizio. E’ simpatico, racconta non ricordo bene cosa ma qualcosa, della sua Cesena. Qualcosa che gli torna bene. Che è diversa, come ogni provincia in cui sei nato. E’ sempre diversa dal resto del mondo, e gli altri muti, perdìo. Avrà sempre qualcosa in più, qualche personaggio o buffone che non sai, ma pure qualche locale in meno, una merda, diamine! Niente, il nulla più assoluto a differenza della vita che circola nelle arterie della terra tutta. Quella che Dio ha creato piena di luci colorate e discoteche e divertimenti. Un Paradiso mentre qui è l’Inferno! “Ahh al diavolo, ti odio – penso fra me e me – non ho più voglia di parlarti”. Faccio per rientrare dondolando a destra e a manca «Ahi! Fottuta cervicale…». Alt! Mi fermo di botto, rischiando di cadere (ma non cado): una tipa dagli occhi semiasiatici, forse siberiana e chi lo sa, magari bolscevica, appare di là dalla strada. Ha un’abito da sera nero e immacolato. E’ muta e guarda, impassibile, con la bocca infiammata di rosso. La duellante! Dio, quanto è sensuale…apre la bocca, la richiude, scandisce qualche sillaba silente: Al cuore, Ramòn... Devi colpire al cuore… Rimbomba di lontano e al secondo sparo se ne va senza un saluto. Strano duello, strana la vita.

Di nuovo dentro, Edda è lì che bercia con la sua voce esplosiva in erre moscia. Ha un modo tutto suo di stare sopra il palco, strizza gli occhi, ballucchia e se la gode senza pressioni. Sa il fatto suo e tanto ormai non gliene importa granchè, c’ha il suo lavoro, non ci campa con la musica. «Faccio ponteggi» dice. I testi sono enigmatici, eppure hanno un perchè. Ma scrivere è così, scrivi per te e lo vuoi gridare al mondo. E’ un paradosso che non puoi risolvere, lo fai e basta. Qualcosa passa, qualche demone nascosto e penetrante si infila tra le pieghe delle orecchie: spara. Frasi o spezzoni mi accasciano isolandosi dal testo. «Astronave pronta a partire….meglio impazzire che soffrire». Dio, è patetico. «Noi andiamo a fumare» fanno gli altri. Si allontanano. Mi appoggio alla transenna, la fronte sopra il ferro in un addormentarsi, mentre il secondo negroni mi sfila nelle vene come una puttana. “Spaziale” sfuma, giro il culo ed esco. «Io Edda non lo capisco – mi fa Canali – Invece i Pan del Diavolo son niente male, due chitarrine folk belle in simbiosi, armoniche. Vedrai…». Spavaldo allontano un ragazzo che se ne va prima dell’ultimo concerto. «Oh oh quello va via, ma è presto! Lurido vigliacco!», quando anch’io non c’ho più voglia di star lì, davvero. Entro al bar dove il tizio è ancora lì che dorme, trovo un giornale di Cesena, sfoglio ed ecco l’evento in prima pagina. “Maratona live al Vidia”. Mi vien quasi da ridere, son qui che leggo ciò che accade e mentre accade, come un profeta all’incontrario, o quasi.

Un ultimo sforzo, riparto e cerco gli altri. Ho gli ultimi 5 euro da spendere, poi basta. I Pan del Diavolo non mi entusiasmano, fanno i simpatici ma non attaccano. «Cerchiamo un posto per mangiare, dai». Ripartiamo, sono le 2 passate e l’unica speranza è un McDonald. Mi faccio guidare fin dove ci porta il gps, poi parcheggio e mi addormento profondamente…. «Ivano, oh…il Mac…t’ho portato il panino». Questa scena mi ricorda il viaggio d’andata per Tehran quando sentii l’hostess passare col carrello della cena alle 4 del mattino. Mi svegliai di botto e iniziai a mangiare con foga primitiva. Qui, la stessa passione: mi ridesto e afferro quel minuscolo cheese-boh. L’istinto mi porta fuori dalla Clio, perchè so che l’errore è in agguato e lo stomaco in subbuglio. Ed è proprio dietro un cassonetto che compio l’atto di protesta: contro il neoliberismo sfrenato delle multinazionali, contro la notte brava e la luce troppo forte, contro l’ombra imminente della settimana nuova. Testa bassa occhi arrossati: è guerriglia suburbana. I Marcy Playground attaccano A Cloak of Elvenkind ed io protesto ancora un attimo prima di addormentarmi, distrutto, sul sedile posteriore…

Cesena – Dicomano è un buco nero, la vita si assottiglia. Non sogno niente, non c’è un aldilà e non sento più dolore. Due ore di beata strafottenza: un colpo al cuore? doppia dose di morfina? … Poco importa.  Un attimo e siamo al bar dell’angolo, poi giù, oltre i binari della ferrovia. Claudione se ne va, 7 km ed è andata. Dai che manca poco, dai Giulione, salvami. Faccio domande a caso, giusto per sapere. Deliro un po’, per così dire. Sono ferito e non ricordo più chi sia stato a sparare. Non so chi è l’assassino o l’aspirante tale, non so se sono vivo o sono morto. Non lo so. Vicchio riappare in una nuvola di fumo, è una speranza. Giulio mi lascia e poi riparte amaro: «’Sta strada non finisce più…». Lo compatisco, mentre avvio le gambe chissà dove. Nel mio perpetuo sorgere e morire, punto il mirino e sono circondato. Esposto come un soldato ubriaco, non ho più paura. E vago, perdìo, sono le 5 e vago, col mio collo storto e l’umido in agguato. E dove cazzo vago, direbbe mammà. Il viale Angelico, la piazza vuota, il lago e giù di nuovo fino a Zufolana. Bella menata il sabato notte in cerca di uno sparo. Vai Ramòn, son tutto tuo, vai. Colpisci al cuore e in movimento, o fermami se puoi ché il mio castigo è nella pace.

Miglia di strade i miei passi calpestano. Dove andrò a nascondere il mio inferno?

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