Rubrica La Magnifica ossessione – Un borghese piccolo piccolo e tre fratelli. Una commedia e un dramma per raccontare un paese che cambia.

In Italia, negli anni Settanta, ma in realtà già dalla seconda metà del decennio precedente, in seguito al miracolo economico, era in atto un rapido e radicale mutamento che stava investendo l’intero tessuto sociale del Paese. Questa fase della storia repubblicana, che Pasolini definì ‘genocidio culturale’, e  che cambiò per sempre la fisionomia e i costumi del popolo italiano, ebbe come effetto la comparsa, in campo cinematografico, di una nuova leva di giovani autori destinata a dominare la scena per quasi tutta la seconda metà del novecento (Marco Bellocchio, Bernardo e Giovanni Bertolucci, Paolo e Vittorio Taviani), oltre che a sensibilizzare e a smuovere le coscienze di molti dei cineasti delle generazioni precedenti. Tra questi è il caso di segnalare due nomi emblematici del cinema italiano del secondo dopoguerra: Mario Monicelli (1915-2010) e Francesco Rosi (1922-2015), due autori molto diversi tra loro, sia per formazione che per poetica.

Monicelli, toscano d’adozione, entrò nel mondo del cinema poco più che ventenne, intorno alla metà degli anni Trenta, e dopo una lunga gavetta di aiuto regista e sceneggiatore iniziò, subito dopo la guerra, a dirigere commedie in coppia con l’umorista Steno (nome d’arte di Stefano Vanzina). Assieme co-firmarono molti tra i più riusciti film di Totò, fino all’interruzione del loro sodalizio, verso la metà degli anni Cinquanta. Da quel momento Monicelli abbandonò la sua vena più ironica, per dirigere opere nelle quali la comicità, pur sempre presente, sarebbe stata progressivamente posta in secondo piano rispetto alla critica di costume.

Francesco Rosi, napoletano, dopo aver mosso i primi passi all’interno dell’ambiente teatrale del capoluogo campano, divenne assistente, assieme a un giovanissimo Franco Zeffirelli, di Luchino Visconti per La terra trema (1948), Bellissima (1951) e Senso (1954), fino al suo debutto dietro alla macchina da presa nel 1958 con La sfida (il precedente Kean – Genio e sregolatezza, del 1956, fu co-diretto assieme a Vittorio Gassman). Fin dall’inizio il suo cinema si distinse per una potente carica di denuncia, frutto di una ricerca e di un’analisi fino ad allora inedite nel cinema italiano, e per un forte impatto visivo, eredità della lunga collaborazione con Visconti. Rosi, grazie alla sua maestria tecnica, riuscì a fondere impegno civile e grande narrazione, pur tenendosi ben lontano da quel cinema eccessivamente politicizzato, tipico di quegli anni.

Monicelli naturalmente non era il solo a percepire il cambiamento in  negativo che stava investendo il Paese. Molti altri suoi colleghi autori di commedie condividevano questa impressione ma la vera e propria svolta riuscì a imprimerla solo lui, nel 1977, con Un borghese piccolo piccolo. Ispirato al romanzo omonimo di Vincenzo Cerami, ed interpretato da Alberto Sordi, (uno degli attori feticcio di Monicelli, e qui per la prima volta in una veste drammatica) il film racconta la storia di Giovanni Vivaldi, modesto impiegato del ministero ormai prossimo alla pensione, la cui unica ambizione, condivisa con la moglie, è quella di vedere sistemato il loro unico figlio Mario, da poco diplomatosi ragioniere. Per riuscire nel suo intento Vivaldi, vera e propria impersonificazione dell’italiano medio, cinico e con piccole ambizioni, tenta tutte le carte a sua disposizione, arruffianandosi capiufficio ed arrivando addirittura ad iscriversi ad una loggia massonica. Nonostante il successo dei suoi sforzi, Giovanni vede crollare il suo castello di certezze il giorno in cui, assieme al figlio, assistono accidentalmente ad una rapina, che si conclude con l’uccisione del giovane Mario da parte di uno degli assalitori. Giovanni, che ha assistito impotente alla scena, ha però fotografato nella sua mente il volto dell’assassino del figlio ed è deciso a vendicarsi ad ogni costo. D’altra parte la sua vita si è conclusa in quel tragico giorno, dove oltre a perdere Mario, si trova costretto a convivere con una moglie che, appreso alla tv dell’uccisione del figlio, viene colpita da una paralisi quasi totale.  Il contrasto tra la prima parte del film, più spiccatamente comica e grottesca, dove ritroviamo alcuni dei momenti più tipici di Sordi, e la seconda, decisamente drammatica, fanno di quest’opera uno dei punti di non ritorno della commedia all’italiana, decretandone volontariamente la fine.  Monicelli capisce che ormai il periodo in cui si poteva ironizzare sui difetti degli italiani, individuandone però anche i molti pregi, è giunto al termine. Gli italiani hanno perso quella purezza  quella ingenuità che hanno posseduto fino agli anni del boom e della industrializzazione sfrenata, interpretati quindi come i veri e propri responsabili del degrado morale del Paese. La meschinità e il qualunquismo di Sordi sono la metafora dell’indifferenza che sempre di più andava colpendo in quegli anni gli italiani, ormai prossimi alla più completa disillusione politica, che sfocerà in maniera sempre più evidente verso la fine degli anni Ottanta.

Nel 1982, circa cinque anni dopo il film di Monicelli, uscì nelle sale Tre fratelli di Francesco Rosi. Anche questo è ispirato ad un’opera letteraria, il racconto del russo Andrej Platonov Il terzo figlio, trasposto da Rosi nel meridione dei primi anni Ottanta.  L’improvvisa morte della madre costringe tre fratelli, di età molto diverse e separati dalle circostanze della vita in tre città distinte (Torino, Roma e Napoli) a fare ritorno nel paese natìo immerso nella campagna pugliese, per stare qualche giorno vicini al padre ormai solo e molto anziano. Riunire questi tre personaggi, così diversi tra loro (un magistrato, un operaio ed un educatore, interpretati rispettivamente da Philippe Noiret, Michele Placido e Vittorio Mezzogiorno) è anche l’occasione, per Rosi, di tracciare un ritratto al tempo stesso generazionale e del Paese. I fratelli che dopo molti anni si ritrovano e tornano a dormire negli stessi letti di quando erano ragazzi, parlano ininterrottamente per quasi tutta la notte, senza dormire, confrontandosi sulle loro vite e i loro destini, che sono anche quelli dell’Italia (il terrorismo che divide il magistrato e l’operaio e la delinquenza giovanile nel meridione che affligge l’educatore), mentre nell’altra stanza l’anziano padre conversa teneramente con la piccola nipote, figlia dell’operaio. Solo verso la fine della pellicola, però, ci rendiamo conto che i tre protagonisti non hanno mai accennato alla scomparsa della madre. Siamo arrivati al giorno del funerale e, all’alba, li vediamo sciogliersi in un pianto sincero e disperato, ripreso in una maniera bellissima, e che sembra essere anche un pianto per il destino di una nazione. Al momento delle esequie i fratelli decidono, di comune accordo, di lasciare il padre nella grande masserìa, solo con i propri ricordi, ultimo superstite di un mondo arcaico ormai completamente estinto.

Un borghese piccolo piccolo e Tre fratelli, sono opere molto diverse tra loro, sia per il contenuto che per il taglio, come d’altra parte diversi erano i rispettivi autori. La crudeltà grottesca, quasi da girone infernale, del film di Monicelli, che in quest’opera dà prova di saper giocare con i generi, conferendo alla storia un’atmosfera in bilico tra farsa e poliziesco, e facendo quindi ricredere tutti quei critici che da sempre gli rimproveravano un’assenza di stile, spesso fraintesa con la durezza e l’estrema semplicità del suo modo di raccontare, è lontana anni luce dalla poesia della campagna e dalla struggente delicatezza dell’opera di Rosi. Entrambe però hanno avuto il merito di fotografare con grande lucidità e senza alcuna retorica, seppure da due punti di osservazione diversi, un Paese che stava cambiando, e molto meglio di quanto non siano riusciti a fare, negli anni successivi, i loro colleghi più giovani.

Peter Perinti

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