Rubrica -La magnifica ossessione – Scappa / Get out (2017)

Rose Armitage, una giovane ragazza statunitense, approfitta del weekend per presentare ai genitori il suo nuovo fidanzato, Chris Washington, promettente fotografo afroamericano. Mentre si stanno dirigendo in macchina verso la tenuta di famiglia, veniamo a conoscenza del fatto che Rose non ha messo al corrente i genitori riguardo le origini del compagno, convinta che esse non possano scuotere in alcun modo le convinzioni progressiste dei coniugi Armitage. Quello che in un primo momento si prospetta come un piacevole e ordinario fine settimana, si trasforma nel giro di poco tempo nel più claustrofobico degli incubi.

E’ molto difficile trovare un’esatta collocazione di genere ad un film come Get out (in Italia distribuito con il sottotitolo Scappa), pellicola diretta dal giovane Jordan Peele ed uscita nelle sale all’inizio di quest’anno; commedia nera ed horror psicologico si fondono, con contaminazioni splatter (soprattutto nel finale), e con evidenti richiami ad autori come Polanski, Tarantino ma anche allo Stanley Kramer di Indovina chi viene a cena? (1967), del quale Get out sembra rappresentare la variante thriller. Ma se risulta arduo stabilire quanto in realtà prevalga la componente comico-grottesca su quella horror o viceversa, credo sia fuori discussione il fatto che Get out è soprattutto un film politico, giunto nelle sale proprio in coincidenza con l’insediamento alla Casa Bianca del neopresidente repubblicano Donald Trump, accusato di essere stato sostenuto, durante la sua campagna elettorale, anche da ambienti della destra xenofoba.

I film di argomento razziale prodotti in America in questo ultimo decennio non sono pochi e sembrano seguire di pari passo l’evolversi di questo eterno nodo cruciale della storia statunitense. Durante la presidenza Obama sono usciti nelle sale film come Lincoln (Steven Spielberg, 2012), 12 anni schiavo (Steve McQueen, 2013) e The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca (Lee Daniels, 2013), tutte pellicole che affrontano la storia dei neri d’America ma che hanno in comune anche il fatto di farlo in modo decisamente buonista, retorico, con un’analisi superficiale mirata per lo più a far commuovere lo spettatore di fronte alle crudeltà perpetrate dalla popolazione bianca, cosa che chiaramente non può bastare. Ma con il riacuirsi di questo tema che ha generato negli ultimi due, tre anni una nuova ondata di scontri tra bianchi e neri nel Paese, ecco che il cinema, da sempre sensibile all’attualità, ha iniziato a raccontare in modo diverso ed inedito i conflitti razziali tra americani. Il primo ad aver tentato una reinterpretazione, seppur mascherandoli da western, è stato Quentin Tarantino con i suoi ultimi due lavori, Django Unchained (2012) e The Hateful Eight (2015). Ed  ora ecco Peele che con questa sua pellicola ci dà più di uno spunto di riflessione su un problema che sembrava essere stato sepolto ma che, come dimostrano i fatti, adesso risulta più che mai attuale.

La famiglia Armitage rappresenta due facce antitetiche dell’America. Da un lato, per come si presentano all’inizio della storia, sembrano essere la tipica famiglia borghese e liberal, talmente consapevoli e tormentati dal ruolo che hanno avuto i bianchi nella segregazione razziale da risultare fin troppo patetici ed eccessivi nell’accogliere calorosamente il fidanzato della figlia. Ed è l’America che indubbiamente è uscita sconfitta dall’ultima sfida elettorale, quella che vedeva nel presidente Obama la soluzione a tutti i conflitti sociali del Paese, che giustamente si è fatta paladina dei diritti civili, ignorando però le istanze di un ceto medio e di una working class, sempre più prossimi alla soglia di povertà. Poi nella seconda parte vedremo come gli Armitage, rivelando la loro vera anima, siano tutt’altro che dei simpatici progressisti. Peele, attraverso le vicende di questo ambiguo clan, compie una metafora su due volti degli Stati Uniti che si sono dimostrati, seppure in modi e misure diverse, entrambi dannosi, che da decenni portano avanti un dualismo che ormai sa di vecchio ma che al momento sembra destinato a non terminare, e dal quale l’autore si guarda bene dall’assolvere una delle due parti in causa. I razzisti sono razzisti e su questo non si discute, però anche dall’altra parte sono stati fatti degli errori, come ad esempio, per citarne uno, quello di continuare a credere che il male sul quale si è edificata la società statunitense fosse stato completamente debellato. E se il giovane Chris vorrà salvarsi dall’incubo che sta vivendo in prima persona, dovrà contare solo sulle proprie forze.

Peter Perinti

{lang: ‘it’}
Print Friendly

Speak Your Mind

*