Rubrica – La Magnifica ossessione: REGALO DI NATALE (Pupi Avati, 1986)

Pupi Avati, che il prossimo anno compirà ottanta anni, è ad oggi uno dei registi italiani più prolifici e longevi ancora in attività. Con i suoi circa quaranta film, che si aggiungono a una decina di lavori per la televisione, da quasi mezzo secolo è riuscito ad alternare grandi successi di pubblico e critica a film minori, alcuni dei quali veri e propri flop, che fortunatamente, però, non sono mai riusciti ad intaccare le sue indubbie qualità di narratore, che lo hanno reso per molto tempo uno tra gli autori più anomali del nostro cinema, tra i pochi capaci di tracciare un percorso autonomo e svincolato dalle grandi tradizioni cinematografiche italiane (neorealismo, commedia all’italiana, cinema di impegno civile).  La prima parte della sua carriera, dal 1968 (anno della sua pellicola d’esordio Balsamus, l’uomo di Satana) fino agli inizi degli anni Ottanta, è contrassegnata da opere definite, successivamente, d’impronta ‘gotica’, con frequenti richiami al paranormale e al mondo dell’aldilà, culminate nel 1976 con La casa dalle finestre che ridono, horror ambientato nella Bassa Padana, insolitamente fotografata in modo lugubre e inquietante. Il film rappresenta il primo vero successo di Avati, che ancora dopo otto anni e già tre pellicole alle spalle, faticava molto nel trovare produttori disposti a realizzare i suoi progetti, visto anche i clamorosi fiaschi dei primi due film, passati pressoché inosservati nelle sale. Dal 1983, anno del secondo horror Zeder, Avati abbandona il mondo del surreale e dell’ignoto per dedicarsi a storie che, con una buona dose di nostalgia e rimpianto (spesso ritenute fin troppo eccessive dalla critica), e con non pochi riferimenti di natura autobiografica (la sua giovinezza e la storia della propria famiglia), indagano prevalentemente sulla memoria del mondo contadino e borghese dell’Emilia Romagna. Aiutami a sognare (1981), Una gita scolastica (1983) e Festa di laurea (1985), tra i titoli più emblematici di quegli anni, riscuotono critiche unanimemente positive e conquistano decine di premi.

Regalo di Natale, uscito nel 1986, rappresenta un po’ un eccezione nel suo percorso. Avati, dopo aver raccontato per anni storie piene di personaggi ingenui e sognatori spesso immersi in un passato a  lungo mitizzato, quello della prima metà del Novecento, questa volta decide di mettere in scena i rancori e le cattiverie insite nella società moderna.  Quattro amici bolognesi, che il tempo e le circostanze della vita hanno separato, decidono di ritrovarsi dopo molti anni intorno a un tavolo da gioco, la notte di Natale, per sfidare un industriale con la passione del poker, l’avvocato Santelia (Carlo Delle Piane). Gabriele (Alessandro Haber) è un misero e frustrato critico cinematografico perennemente alla ricerca di soldi per pubblicare la sua monografia su John Ford; Stefano (George Eastman) è il titolare di una palestra e gli amici credono che sia divenuto omosessuale; Ugo (Gianni Cavina) conduce televendite per una televisione privata, è divorziato da anni ed ha quattro figli da mantenere; Franco (Diego Abatantuono) è il proprietario di un importante cinema di Milano. Quest’ultimo è l’unico dei quattro che sembra passarsela bene, ma in realtà la sua attività è ad un passo dal fallimento; proprio per questo accetta di prendere parte alla sfida, nonostante i  dissapori mai sanati con Ugo, con il quale anni prima la sua ex moglie lo aveva tradito. Deciso a mettere momentaneamente da parte i contrasti, Franco si mette al tavolo da gioco, consapevole anche del fatto che è l’unico, assieme ad Ugo, a poter mandare avanti la partita, che per una buona parte della serata sembra essere a favore loro. Nel corso della nottata, mentre nella mente dei due protagonisti riaffiorano gli episodi della giovinezza, quella che sembrava rappresentare l’occasione per una definitiva riappacificazione, diverrà uno scontro sempre più drammatico, fino all’inaspettato epilogo.

I punti di forza di quest’opera sono più di uno: una sceneggiatura perfetta, con un accurata indagine psicologica di ciascuno dei cinque protagonisti, una perfetta sintonia tra l’andamento della partita (per la quale Avati volle al suo fianco Giovanni Bruzzi, un ex gestore di bische clandestine che riportò in scena con esattezza un incontro realmente giocato a Montecatini negli anni Sessanta) e la storia dei quattro amici, il misurato utilizzo del flashback, oltre che ad un commento musicale indimenticabile, composto da Riz Ortolani.   Gli interpreti danno tutti una grande prova, primi fra tutti i due protagonisti Diego Abatantuono, nel primo ruolo drammatico della sua carriera (fino ad allora aveva sempre vestito i panni del ‘terrunciello’ che lo aveva reso noto al grande pubblico) e Carlo Delle Piane, attore feticcio di Avati e riscoperto dal regista bolognese, dopo un lungo periodo di inattività. Proprio a Delle Piane, quello stesso anno, alla 43° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia venne assegnata l’ambita Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, della quale fino a quel giorno tutti erano convinti che sarebbe andata a Walter Chiari, che dopo lunghe vicissitudini private era tornato sul grande schermo con il film Romance di Massimo Mazzucco. La vittoria inaspettata di Delle Piane, per Chiari, probabilmente fu un duro colpo. L’attore morì pochi anni dopo senza essersi riconciliato con quel pubblico che tanto lo aveva amato negli anni Cinquanta e Sessanta, e Avati rimase talmente impressionato da questo episodio da prenderlo come ispirazione per un film realizzato dieci anni più tardi, Festival (1996).

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