Rubrica – La magnifica ossessione – Reds (Warren Beatty, 1981).

Uno tra gli ultimi grandi kolossal prodotti negli Stati Uniti. Il racconto appassionato di una generazione di intellettuali e lavoratori che crederono e lottarono nel nome di una grande utopia. La storia di un amore e di una passione politica sullo sfondo di uno tra i più importanti eventi del secolo scorso, destinato a cambiare per sempre le sorti dell’intero pianeta.

Interpretato, scritto, diretto e prodotto da Warren Beatty, Reds (1981), titolo che gioca sul doppio significato di ‘rossi’ (termine con il quale l’opinione pubblica americana indicava i comunisti agli inizi del Novecento), e che richiama anche il nome del protagonista della storia, il giornalista e scrittore John Reed (1887-1920), è il film che nel 1982 conquistò ben 12 candidature agli Oscar, portandone a casa tre (miglior regia, attrice non protagonista e fotografia).

Di ritorno dal Messico, dove ha seguito le fasi più salienti della rivoluzione guidata da Pancho Villa, il giornalista statunitense John ‘Jack’ Reed conosce la scrittrice femminista Louise Bryant (Diane Keaton). Si innamorano a prima vista e, nonostante gli alti e bassi dovuti alle due personalità entrambe molto forti, vivono un’intensa storia d’amore. John trascorre gli anni del primo conflitto mondiale tra l’America, dove segue con passione le lotte del movimento operaio, e l’Europa devastata dalla guerra, per la quale è corrispondente.

Nel 1917, con lo scoppio della Rivoluzione Russa, culminata in ottobre con la presa del potere da parte dei bolscevichi, John e Louise, carichi di entusiasmo e speranza, decidono di raggiungere San Pietroburgo, dove divengono testimoni di uno tra i più grandi esperimenti politici e sociali della storia. Incontrano i soldati, gli operai e i leader che guidano la rivoluzione, documentando tutto con estrema meticolosità, e dando corpo così a I dieci giorni che sconvolsero il mondo, considerata ancora oggi la più importante testimonianza sugli eventi russi del 1917. Tornano negli Stati Uniti e, seppure tra mille difficoltà, John partecipa alla fondazione del Partito Comunista d’America. Decide infine, di ritornare in Russia, in quello che sarà, sfortunatamente il suo ultimo viaggio, quello dove contrarrà il tifo che lo porterà alla tomba, appena trentaduenne.

Una storia appassionante e commovente, che ha l’intelligenza di fondere una scrupolosissima ricerca storica, un potente impatto epico e una notevole forza melodrammatica. Warren Beatty, affiancato da attori e collaboratori di grande rilievo (oltre alla co-protagonista Diane Keaton vale la pena citare anche Jack Nicholson nel ruolo del drammaturgo irlandese Eugene O’Neil, Gene Hackman, la bellissima fotografia seppiata di Vittorio Storaro e le struggenti melodie di Stephen Sondheim) ha il merito di portare sul grande schermo una storia ancora oggi poco nota ai più. La breve vita de ‘l’unico americano sepolto sotto le mura del Cremlino’, è anche un pezzo di storia degli Stati Uniti per lungo tempo sottaciuta; quello che agli inizi del Novecento si presentava come il più grande movimento operaio d’oltreoceano, verrà spazzato via di lì a pochi anni, schiacciato dalle pesanti forze reazionarie del Paese, terrorizzate dall’idea di un’imminente rivoluzione anticapitalista in casa propria. Le varie fasi della vita di John e Louise vengono introdotte dalle testimonianze di amici e conoscenti allora ancora in vita (1981). Un’altra scelta suggestiva che, insieme a un paio di scene da antologia, tra cui la lunga scena d’amore su le note dell’inno comunista de L’internazionale e il bellissimo abbraccio tra i due protagonisti dopo aver scampato un attentato controrivoluzionario, fanno ancora oggi di Reds un film da rivedere e sul quale riflettere.

 

Peter Perinti

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