Rubrica “La magnifica ossessione” – Le conversazioni e le vite degli altri al tempo della guerra fredda.

Nel 1974, a due anni di distanza dal grande successo di pubblico e critica de Il Padrino (The Godfather), il regista italo americano Francis Ford Coppola dirige e produce non solo la seconda parte della celebre saga della famiglia Corleone, che vincerà ben 6 premi Oscar su 11 nomination, ma anche un piccolo gioiello del cinema thriller e di spionaggio, La conversazione (The conversation). Interpretato da Gene Hackman, John Cazale e un giovanissimo Harrison Ford (e con un significativo cameo di Robert Duvall, non accreditato però nei titoli), il film racconta la singolare vicenda di Harry Caul, un esperto di intercettazioni che si trova a dover registrare, su commissione del direttore di una potente multinazionale, la conversazione di una coppia nell’affollatissima Union Square di San Francisco. La sua abilità con i più moderni mezzi di intercettazione è tale che, nonostante le difficoltà dovute al caos presente nella piazza, Caul riesce ad ottenere un eccellente risultato. C’è qualcosa, però, in quei pochi minuti di conversazione, che ossessiona il protagonista e che lo fa desistere dal consegnare la bobina con la registrazione al suo committente. Qualcosa che fa presagire in Caul l’imminenza di un tragico evento, e che lo tormenterà a tal punto da spingerlo ad indagare in proprio su quello che potrebbe accadere e che, comunque, nonostante gli sforzi compiuti, non riuscirà a scongiurare.

Uno dei motivi per il quale questo film ancora oggi viene ricordato, oltre a un innovativo uso (per quei tempi) delle più sofisticate apparecchiature di spionaggio, fu la coincidenza tra l’uscita del film e il culmine di uno degli scandali più noti nella storia degli Stati Uniti, il Watergate, originato, per l’appunto, da una serie di intercettazioni effettuate da personalità legate al Partito Repubblicano, e che costrinse l’allora presidente Richard Nixon a rassegnare le dimissioni.

Trentadue anni dopo esce nelle sale cinematografiche Le vite degli altri (Das Leben der Anderen, 2006), lungometraggio d’esordio del regista tedesco Florian Henckel von Donnersmarck e premio Oscar come miglior film straniero nel 2007. Ambientato nella cupa Repubblica Democratica Tedesca della metà degli anni Ottanta, ha per protagonista Gerd Wiesler (impersonato dallo straordinario Ulrich Mühe, scomparso prematuramente un anno dopo l’uscita del film), capitano della Stasi, i servizi segreti della Germania Est. Incaricato dal ministro della cultura di sorvegliare il drammaturgo e intellettuale Georg Dreyman, ufficialmente considerato una tra le più prestigiose firme del regime, ma segretamente da tempo in odore di dissidenza, dopo aver accuratamente tappezzato di microspie l’appartamento dello scrittore, Wiesler si installa nella soffitta del condominio di questi, dove ha approntato un formidabile centro di intercettazioni. Trascorre giorni e notti ad ascoltare le conversazioni e le telefonate di Dreyman e della sua compagna e musa, l’attrice Christa-Maria Sieland. Mano a mano che i giorni passano, però, l’algido e impenetrabile funzionario della Stasi, comincerà a rimanere affascinato dal fervore culturale che aleggia nella casa e dalla vita domestica che conducono lo scrittore e l’attrice. Le sue idee sui due ‘nemici del socialismo’ cambieranno progressivamente, arrivando perfino ad aiutare personalmente Wiesler.

E’ un film che indubbiamente deve molto a La conversazione, con il quale possiede molti elementi comuni, seppure le vicende siano inserite in paesi e contesti radicalmente diversi. Potremmo dire che, proprio nella loro somiglianza, questi film rappresentano le due facce di una stessa medaglia, quella della Guerra Fredda e dello schieramento del mondo in due grandi blocchi, quello delle democrazie occidentali a ovest e quello dei regimi comunisti ad est. Sarebbe infatti troppo ingenuo credere che ci fossero forme di spionaggio ed intercettazione solo nei paesi del blocco orientale; anche nei democratici Stati Uniti, da sempre garanti della privacy e delle libertà individuali, si è costantemente esercitato una forma di controllo, seppure meno evidente, nelle vite dei cittadini, e il già citato caso Watergate non è solo che un esempio.

Gli stessi protagonisti sembrano essere ricalcati su uno unico modello. Harry Caul, l’occhialuto investigatore interpretato da Hackman, è un uomo estremamente introverso e riservato, distante anni luce dall’esuberante detective Jimmy Doyle che tre anni prima ha interpretato nel celebre Il braccio violento della legge (The French Connection, William Friedkin, 1971), ruolo che lo ha consacrato agli occhi del pubblico internazionale. La sua vita sociale, all’infuori del lavoro, si riduce alla sporadica frequentazione con una ragazza e al sassofono, unica vera, grande passione. E’ pieno di complessi, manie e con forti problemi di socializzazione, principalmente dovuti alla sua estrema riservatezza. I soli momenti in cui sembra trovarsi a suo agio e dare il meglio di sé è quando si siede davanti al registratore e indossa le cuffie per intercettare le conversazioni.

Fino ad allora ha sempre svolto il suo lavoro con il massimo dello scrupolo e della professionalità, limitandosi ad eseguire i compiti richiesti, senza farsi coinvolgere dalle persone oggetto delle sue indagini. Questa volta, però, non riesce a sottrarsi alla impellente volontà di scoprire cosa si nasconde dietro a quelle poche e sconnesse frasi che registra, e che costituiscono un vero e proprio leit-motiv della pellicola, ripetuto ossessivamente per tutta la sua durata.

Caul dovrà fare i conti con un’amara verità, e non solo  quella relativa al presunto crimine che si cela dietro alla conversazione, ma anche e soprattutto all’ambiente in cui per anni ha lavorato, quello dello spionaggio, vero e proprio ‘impero del male’, che sotto il falso pretesto della sicurezza e della prevenzione, nasconde un groviglio inestricabile di cinismo e ricatto. Alla fine, la vita di Caul verrà distrutta proprio da quel mondo di cui aveva fatto parte e, dopo aver perso i pochi affetti che aveva, non gli rimarrà che un appartamento vuoto e anonimo in cui suonare malinconicamente il suo sassofono.

Stesso identico ritratto vale per il capitano della Stasi Gerd Wiesler. Certo, questa volta ci troviamo di fronte a un uomo fortemente ideologizzato, che svolge il suo lavoro non per soldi, come nel caso di Caul, bensì con la convinzione di rendere un doveroso servizio al socialismo.

Privo anch’egli di una vita che non sia quella professionale, si lega a quelle degli altri  divenendo compartecipe delle intimità e delle sofferenze della coppia. A questa maturazione umana se ne accompagna però anche un’altra, altrettanto importante, di natura intellettuale. Le sue idee  e la sua devozione alla causa sembrano incrollabili; però anche per lui arriva un momento nel quale, per la prima volta, si rende conto del sistema in cui vive, e che ha contribuito in prima persona, con cieca obbedienza, a creare.  Il socialismo reale in cui tanto ha creduto si rivela un mondo non ideale e armonioso bensì meschino, corrotto, pieno di burocrati disposti, alla prima occasione, a denunciare i colleghi, e tutto questo solo per ottenere una promozione. Wiesler, al quale possiamo imputare tutto tranne il fatto che non creda sinceramente nel suo operato e che svolga il suo lavoro senza alcuna ambizione personale, rimane disgustato da questo ambiente. Attraverso le intercettazioni su Dreyman, scopre e si appassiona ad opere e autori fino ad allora proibiti nella Germania Est. Questo lungo percorso lo conduce al suo gesto finale, che in un certo senso lo redime  anche dal suo lungo passato di spia al servizio del regime comunista.

Ribaltando la considerazione precedente, possiamo affermare inoltre che sono due film molto simili ma anche diversi tra loro. Ne La Conversazione, Coppola insiste nel mettere in evidenza il cinico e perverso mondo delle intercettazioni, usate come strumento per sorvegliare, ricattare e, all’occorrenza, eliminare su commissione persone che in qualche modo interferiscono nella vita privata, creando così una mostruoso meccanismo in cui ognuno è spiato dall’altro (anche chi spia). Alla base de Le vite degli altri c’è soprattutto la vicenda umana di un uomo e di una coppia,  entrambi vittime di un regime (in questo caso comunista, ma che potrebbe essere di qualsiasi altra tendenza) che in nome della sicurezza e della ragione di Stato si insinua nelle vite private dei cittadini, annullandole con spietatezza.

 

Peter Perinti

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