Rubrica – La grande illusione – GASTONE MOSCHIN. L’OUTSIDER DEL CINEMA ITALIANO.

La settimana scorsa ci ha lasciato Gastone Moschin, uno tra gli ultimi grandi nomi dello spettacolo italiano. Moschin, che aveva ottantotto anni, non apparteneva alla categoria dei ‘mattatori’, come molti altri suoi coetanei quali Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Nino Manfredi e Ugo Tognazzi e, pur avendo lavorato molto nel cinema, rimane nell’immaginario collettivo degli spettatori per non più di cinque o sei ruoli indimenticabili. E questo soprattutto perché Moschin, attore poliedrico, capace di spaziare con disinvoltura dal teatro alla prosa televisiva fino al cinema, dove ha sperimentato un po’ tutti i generi, dalla commedia all’italiana al dramma impegnato fino al poliziesco, raramente interpretava ruoli da protagonista. Forse possiamo rimproverare al mondo del cinema di non averlo saputo sfruttare abbastanza, stessa sorte che lo accomuna ad un altro grande attore scomparso da anni, Alberto Lionello. L’eleganza e la recitazione misurata di questi due attori forse si confaceva ben poco all’istrionismo di molti dei loro colleghi che lavoravano per il grande schermo.

Alcune delle pellicole in cui Moschin ha recitato sono già state menzionate nei precedenti articoli che ho pubblicato, ma vale la pena ricordarle. Forse la prima vera occasione di interpretare un  ruolo con un certo spessore gliela diede Pietro Germi, nel 1965, quando gli affidò la parte di Osvaldo Bisigato nel corale Signore e signori. Qui Moschin, protagonista del secondo episodio della pellicola, indossa i panni di un frustrato ragioniere di banca, vessato da una moglie oppressiva e che all’improvviso decide di abbandonare il tetto coniugale per iniziare una relazione con la giovane cassiera Milena, interpretata da una bellissima Virna Lisi. Purtroppo l’ambiente cattolico e ultra conservatore della cittadina veneta in cui si svolge la storia, non si fa scrupolo di usare ogni mezzo, lecito e non, per riportare il povero ragioniere alla sua rassegnata e squallida vita familiare, purtroppo riuscendoci.                                                                                                               Probabilmente Germi e Moschin avevano ritenuto la loro collaborazione particolarmente soddisfacente se circa dieci anni dopo il regista genovese lo richiamò per interpretare il ruolo di Rambaldo Melandri in quello che divenne poi, dopo la morte di Germi, un film di Mario Monicelli, Amici miei, forse il ruolo per il quale viene maggiormente ricordato e che, per certi versi riprende molto quello di Signore e signori. Qui però interpreta un architetto comunale, scapolo e perennemente alla ricerca della donna della sua vita, che assieme ad altri quattro amici si cimentano in crudelissimi scherzi e in conversazioni misogine, sullo sfondo di una grigia e sonnacchiosa Firenze di metà anni Settanta. Commedia dal sapore amaro e che dietro battute feroci e scene cult, nasconde in realtà una profonda riflessione sulla vita e sull’amicizia, fu uno tra i maggiori incassi della stagione cinematografica 1975-76, persuadendo Monicelli e gli sceneggiatori a scriverne un sequel, che uscì nel 1982 e al quale fece seguito ancora un terzo capitolo, il meno fortunato, diretto da Nanni Loy, nel 1985. Ma nel frattempo, lungo tutto il decennio Settanta, Moschin diede almeno tre o quattro grandi prove attoriali sul grande schermo, che tra l’altro sono anche le ultime, dal momento che negli anni Ottanta e Novanta preferì diradare notevolmente la sua presenza cinematografica per dedicarsi maggiormente al teatro e alla tv. Proprio nel 1970 Bernardo Bertolucci lo volle ne Il conformista, ispirato all’omonimo romanzo di Alberto Moravia, per affiancare il protagonista, Jean Louis-Trintignant/Marcello Clerici, nel ruolo dello spietato agente dei servizi segreti fascisti Manganiello. Nel 1972 fu il protagonista di Milano calibro 9, forse il miglior noir italiano di tutti i tempi, diretto da Fernando Di Leo e ispirato ai racconti gialli di Giorgio Scerbanenco. Con una colonna sonora indimenticabile ed una fotografia e un ritmo incredibilmente moderni per un film di quegli anni, Moschin dà forse qui la sua migliore prova dai tempi di Signore e signori, interpretando il gangster Ugo Piazza. Negli anni seguenti, complice lo scatenarsi della moda per questo genere, Moschin interpretò molti altri film ‘poliziotteschi’, anche se nessuno di questi riuscì a ripetere il successo della pellicola di Di Leo.  Nel 1973 indossò i panni del leader socialista Filippo Turati ne Il delitto Matteotti di Florestano Vancini, cronaca degli anni più bui (1924-1926) che portarono all’instaurazione del regime fascista. Nel 1974, invece, l’occasione inaspettata. Francis Ford Coppola, tra gli autori più promettenti della New Hollywood, lo scelse per il ruolo del feroce Don Fanucci, piccolo boss di quartiere nella New York dei primi del Novecento ne Il padrino – parte II, dove ebbe l’occasione di recitare a fianco di un giovane Robert De Niro.

Come già detto gli anni Ottanta e Novanta furono quelli in cui Moschin ritornò alla sua vera passione, quella del teatro. Fondò una compagnia con la quale rappresentò opere di Goldoni, Miller e Čechov. Poi le ultime apparizioni in numerose sit-com e fiction televisive. Nonostante il livello più o meno alto dei soggetti che ha interpretato nella sua lunga carriera, bisogna riconoscere a Moschin il grande impegno che metteva nello studio dei ruoli, uniti ad un talento e ad una forza espressiva che lo rendevano un vero fuori classe dello spettacolo italiano.

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