PENA DI MORTE: Cina, Iran e Arabia Saudita guidano questa triste classifica





Cina, Iran e Arabia Saudita sono risultati essere, nel 2011, i primi tre “Paesi-boia” nel mondo, ma si registra una riduzione significativa delle esecuzioni, passate dalle 5.946 del 2010 alle circa 5mila dell’anno scorso. Una parabola discendente dovuta soprattutto al calo delle persone giustiziate in Cina, scese dalle 5mila del 2010 alle 4mila del 2011. E’ quanto emerge dal Rapporto 2012 di Nessuno tocchi Caino ‘La pena di morte nel mondo’, presentato oggi a Roma. La ricerca, edita da Reality Book, conferma quella che e’ una tendenza ormai irreversibile verso l’abolizione della pena di morte nel mondo, dove i Paesi che hanno deciso di eliminarla – per legge o nella pratica – sono oggi 155. Il boia lavora ancora in 43 Stati, uno in piu’ del 2011 poiche’ il Sudan del Sud – che ha guadagnato l’indipendenza dal Sudan nel luglio del 2011 – ha mantenuto la pena di morte. Tuttavia, i Paesi che l’anno scorso hanno fatto ricorso alle esecuzioni ammontano ‘solo’ a19, afronte dei 22 del 2010 e dei 26 del 2008.

Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalita’ della pena di morte nel mondo (nel 2011 il 98,6 per cento). A partire dalla ‘primatista’ Cina, con circa 4mila esecuzioni nel 2011, pari all’80 per cento del totale. Nel Dragone le esecuzioni continuano ad essere considerate un segreto di Stato anche se – dal gennaio 2007, quando e’ entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema – si e’ registrato un certo calo. In Cina si muore con un colpo di fucile sparato a distanza ravvicinata al cuore oppure alla nuca con il condannato in ginocchio, le caviglie ammanettate e le mani legate dietro la schiena. Quanto all’Iran, anche nel 2011 si e’ piazzato secondo per numero di esecuzioni, pari ad almeno 676 secondo un monitoraggio effettuato dall’ong Iran Human Rights (IHR): un aumento spaventoso rispetto agli anni precedenti e con una drastica impennata delle impiccagioni in piazza, piu’ che triplicate. Nel Paese degli ayatollah, in aggiunta, vengono giustiziati anche minorenni; almeno quattro, nel 2011, sono morti per mano del boia per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Per non parlare delle condanne a morte per ‘reati’ non violenti: a settembre, tre uomini sono stati impiccati nel carcere di Ahwaz, dopo essere stato giudicati ‘colpevoli’ di omosessualita’. Anche in Arabia Saudita si segnala un netto peggioramento della situazione: nel 2011 sono stati giustiziate almeno 76 persone, il triplo dell’anno precedente, secondo un conteggio dell’Agence France Presse. Ma Amnesty afferma che le esecuzioni sono state addirittura 82, tra cui cinque donne e 28 stranieri.

Nel 2011 e nei primi sei mesi del 2012, non si sono registrate esecuzioni in 4 Paesi – Bahrein, Guinea Equatoriale, Libia e Malesia – che le avevano effettuate nel 2010. Viceversa, in quattro Paesi il boia ha ripreso a lavorare: Afghanistan (2) e Emirati Arabi Uniti (1) nel 2011; Botswana (1) e Giappone (3) nel 2012. Negli Stati Uniti, nessuno Stato “abolizionista” ha reintrodotto la pena di morte, ma l’Idaho, che non compiva esecuzioni dal 1994, ne ha effettuate due, una nel 2011 e un’altra nel 2012. Il rapporto sottolinea il forte legame tra pena di morte e sistema politico in vigore. Fra i 43 Stati che effettuano esecuzioni, 36 possono definirsi “dittatoriali, autoritari o illiberali”. In 17 di questi, nel 2011, sono state compiute almeno 4.952 esecuzioni, il 99 per cento del totale mondiale. Le democrazie liberali che nel 2011 hanno praticato la pena di morte sono state 2 e hanno effettuato in tutto 48 esecuzioni, l’1 per cento del totale mondiale: Stati Uniti (43) e Taiwan (5). Da segnalare la ripresa delle esecuzioni in Giappone, dove il boia era fermo nel 2010: il 29 marzo 2012, tre detenuti sono stati impiccati per omicidio nelle prigioni di Tokyo, Hiroshima e Fukuoka. Nel 2011 almeno 898 esecuzioni, contro le 823 del 2010, sono state effettuate in 12 Paesi a maggioranza musulmana (erano stati 13 nel 2010), molte delle quali ordinate da tribunali islamici in base a una rigida interpretazione della Sharia. Nel 2011 e nei primi sei mesi del 2012, prosegue la ricerca, la legge coranica e’ stata applicata tramite impiccagione, decapitazione e fucilazione, anche se il ‘metodo’ piu’ cruento rimane la lapidazione: il condannato viene avvolto in un sudario bianco; la donna e’ interrata fino alle ascelle, mentre l’uomo fino alla vita. Un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati – in alcuni casi anche semplici cittadini autorizzati dalle autorita’ – le scagliano contro i bersagli. Nel periodo monitorato, non risultano condanne a morte praticate con la lapidazione, almeno a livello ufficiale. Ma il rapporto segnala un numero imprecisato di lapidazioni extragiudiziali per adulterio avvenute in Afghanistan (nelle zone controllate dai talebani), in Somalia (ad opera dei miliziani shebab) e in Mali, dove gli integralisti islamici controllano il nord del Paese.

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