L’AntiGagarin – God damn the sun (Dio maledica il sole)

Il sabato tramonta e si porta dietro strascichi di post-genetliaco come un vento tiepido. Post-genetliaco… come scrivo strano, perdìo. Mi manderei da solo a quel paese, a quel paese agognato, come le ferie d’agosto, desiderate come un nettare di sopravvivenza, una pozione magica, un paese orientale dove lasciarsi andare e girare…e girare sotto il sole fino a crepare, sì. Fino a crepare…

Inganno il tempo come posso finchè mi reggo in piedi, finchè c’è quache senso da soddisfare e mettere a tacere. La macchina imbocca il sentiero come fosse a casa, la strada è sgarrupata, il cofano bollente. Pochi miseri suoni ci accompagnano, qualche grillo, il fiume, il tintinnio delle bottiglie che battono sul retro ai piedi dei sedili posteriori, svuotate nell’intimo come due puttane sfiancate dal lavoro.

L’attesa si placa per un po’ sopra un roccione a forma di anfiteatro. Il toro di Galliano sembra un palco decaduto, un grande palcoscenico esploso. L’acqua è calma, docile come un piccolo fiore, scorre placida mentre la sigaretta brucia anni di vita. 28 per la precisione, 28 Soli bastardi, 365 Terre per 28 Soli e fanno non so quanto, ché mi sta fatica fare il conto. Lo sa dio, lo sa, dicono tanti. Lo sa lui.

«Cerco lavoro sì, ma non posso andare oltre. All’oltre ci pensa Dio…» borbotta Silvestro, il ragazzo nigeriano appostato fuori dall’osteria, con la sua faccia malinconica e i suoi modi gentili. I negri hanno le idee confuse, alle volte, anche i bianchi la pensano così ma sono sempre meno. Fatalisti come i millenni che abbiamo alle spalle, da quando esiste dio, ché lui e il Fato son la stessa cosa. «Auguri Silvestro, tanti auguri veramente». «Auguri a te», mi fa lui, ma non lo dice veramente. Sono soltanto io che m’immagino la voce forse un po’ sardonica come di chi la sa lunga e io che non so un cazzo. «Auguri a tutti noi», la chiudo in un secondo e me ne vado. Ma al toro di Galliano, dicevo, si sta davvero bene. Hanno acceso un fuoco, qualche giorno fa, e  dei ragazzuoli hanno brindato alla fine della scuola, magari “spaccati a merda” come son soliti dire, tra moretti e qualche canna, chi lo sa. Magari delusi dall’attesa, quelli che volevano fare e non han fatto ancora, quelli che sanno che non faranno mai, ché ce l’hanno nel DNA poveracci. Poveracci davvero, auguri anche a voi, piccoli stronzi che non siete altro, o che sareste stati solo altrove…

Qua sotto è pieno di carpe o trote, insomma di pesci belli grossi, che ne so, a me pescare non m’è mai piaciuto. Solo guardarli i pesci, guardarli boccheggiare mentre pensano immobili in una pozza di tre metri per cinque, che per loro è il mondo. E quanto è piccolo ‘sto mondo, come un paesello tipo Vicchio in proporzione, 8000 abitanti, 35 pesci. Il mio paese è come una pozza dove sguazzano pochi pesci in una tranquillità mortale, con pareti rocciose che si smuovono di secolo in secolo senza far troppo casino, o lo fanno una volta che cade un salice bello grosso o si stacca una pietra che proprio non ne poteva più. Un bel palcoscenico, anche se regna un silenzio sovrumano e pare non ci siano vie d’uscita. Tendi l’orecchio ma niente…aguzzi lo sguardo ma vedi solo frasche, e pesci e serpenti maledetti. Allora che fai, ci parli sopra per dare un po’ di brio, ché uno la sfanga come può. «Domani arrivan le autorizzazioni per partire. Daje che ci siamo. Non vedo l’ora, non la vedo! E non c’ho mica più voglia di lavorare. Se non parto impazzisco ché son due anni che non prendo ferie, perdìo. Due anni!». «Non dirlo a me – ribatte Claudio – siamo pieni fino al collo, pure domani mi tocca faticare ed è domenica, madonna…» (bestemmia poetica, maldestra, forse pure da manuale, sentita con passione come le liturgie domenicali negli anni pre-industriali, dette e ripetute in latino dalle vecchie con il velo nero, in lutto per il marito vecchiarello defunto e sepolto, o le giovani spose ecc.ecc.). Fa caldo e dio maledica il sole che sta per scendere giù, sul ghiaccio di quest’epoca che dura sempre un giorno, in cui tutto deve accadere, tutto. E se non accade ti prende pure un groppo in gola che ti fa star male. E’ come se in una stanza fredda e silenziosa dovesse scoppiare il finimondo, come il big bang di tanti anni fa, così dal nulla, un insieme di gas, una scoreggia universale ed ecco che ti senti meglio, e pure dio s’è sentito più a suo agio ché tutto aveva un ordine, tutto disposto a modino. Ecco, aspetti una cosa del genere ma non arriva e ti convinci che accada solo una volta ogni morte di papa – ma che dico? – ogni morte di profeta! Ogni fine d’era geologica, con i suoi cambiamenti radicali, l’ultimo 65 milioni di anni fa ché si è andati a Cena, ore 9 al Cistio nello Zoico, nel fottuto Cenozoico (alè).

«Non c’è speranza, dico tra me e me, tutto deve restare sconnesso, separato…o una patina informe». Di lontano sento una canzone di cui non capisco il testo in english, ignorante che non sono altro. Colgo alcune parole qua e là, ma non l’insieme. Flowers…the lies…just waiting to become…and destroy… E allora niente, mentre ascolto e guado il fiume penso di non avere uno sguardo d’insieme, ma uno sguardo spacchettato, persino il giorno del mio compleanno quando tiri sempre un po’ le fila. Invece una parola qui…un’amicizia là…un cenno sbagliato…una risposta a caso. Tutto zigzaga come in guerra. Tutto ribolle come un minestrone così zeppo che non sa di un cazzo.

Mettiti l’anima in pace, cristo santo, mettiti sto cuore a posto e lascialo dormire un po’, ché son mesi non ti fai 7 ore di sonno filate, solo spizzichi e bocconi. Solo spizzichi, e bocconi…

Seduti sullo scalino ingolliamo l’ultimo sorso di Moretti che ci va, poi la gettiamo all’acqua che pure i pesci ne son ghiotti, stai sicuro, pure i pesci. Il sabato sera poi c’avranno la loro pizza, il loro boccone prelibato da far scendere giù come si deve, una volta a settimana come dice il dottore, solo una. Glu glu, si espande nella vasca gelida, la corrompe anche se ormai è sgassata e non vale più niente. La bottiglia è ancora a testa in giù e dura un infinito, eppure erano solo dieci gocce, giuro, ché odio gli sprechi. Solo dieci gocce. Ok, è finita da mo’, son io che son rimasto incantato come uno scemo, come una poesia goffa, un gesto teso a svuotare tutto ciò che c’era per rimonciare da zero, ché tanto la roba sgassata non ha senso, e duri una gran fatica a fartela piacere, ci provi ma è davvero dura e a una certa te ne vuoi liberare fino all’ultima molecola, fino all’ultimo attimo, persino qualche istante in più per starne certi. Verrai accusato di vigliaccheria, verrai chiamato traditore, verrai condannato e processato sulla pubblica piazza o ovunque possa essere spettacolare, pure qui su questo toro abbandonato. Chiameranno a raccolta la gente del paese e applaudiranno il boia che riempirà di nuovo quella boccia di acqua putrida e te la farà bere ancora, sgassata e piena di batteri, come punizione.

Pfff, finita. Quanti film, ‘orca troia, davvero troppi film. Ci alziamo, si riparte, risaliamo sul pratino e di nuovo riscendiamo il fiume in guado, ché il ponte medievale è un po’ rischioso, dicono. Dovesse crollare proprio al nostro passaggio, chi lo sa. Regge l’anima coi denti, poveretto. Ma proprio adesso deve cedere? Ed è un po’ come l’Iran che tu compri il biglietto aereo e proprio il giorno dopo ti ci fanno l’attentato in Parlamento. Che cazzo di sfiga. Possibile? S’era detto che quelle cose grosse succedevano una volta ogni San Mai. S’era detto…

Risaliamo in macchina, ch’è bella arrostita sotto il sole di inizio luglio. Da Galliano si fa Bosco ai Frati e si ritorna a casa. Una doccia per rimettersi in vita ché c’ho un po’ di botta, giusto un tantin0 per la settimana. Mi metto pure la camicia per l’occasione, anche se c’ho macchie d’olio sui pantaloni verdi coi tasconi. Ma mica si vede, penso. Tanto siamo a bruzzico, e sia dannato il sole. Il Cistio è a due passi. Lorenzo scrive subito un messaggio di rimprovero «Sei in ritardo, caro il mio riformista». La gente inizia a ringambare, qualcuno si giustifica per il ritardo, anche se prima o poi gli altri arriveranno e bisognerà iniziare a sgranare, perchè il toro m’ha messo una fame cane e non c’ho voglia di aspettare.

Il Circolino si presenta coi suoi graffiti che non distinguo bene, l’ingresso all’aperto, il locale bello pieno. Ha l’aria vissuta ma sempre fresca come un vecchio che non molla mai, come la Resistenza che qua sopra, a Monte Giovi, fra ettari di frasche e trincee e alberi mozzati c’ebbe il suo gran da fare.

Arriva gente, le presentazioni: «Lui conosce lui? E lei? Vai, a posto, lei è la moglie di lui, hanno dei figli, lui è da solo e ci resta, bene benissimo, te li conosci? Ecco ragionaci un po’ che ti fa bene. E te quando sei arrivato? Mariano muoviti, accidenti, e te non fare scherzi, avevi detto che venivi al mio dannato compleanno..». Vabbe’ come non detto, faccio il punto della situazione e dico non son messo così male. Si respira aria buona, benefica come una Moretti diaccia e gassata; sudo un po’ per la tensione e il caldo e la camicia ché mica ci sono abituato, e pure per le belle donne che son tante a questo mondo, diavolo d’un cane, proprio tante. No, non mi è andata un cazzo male stasera. «Capo gnamo, la cucina la c’ha fretta»: son le 9 e mezzo e il cameriere suona la campana. C’infiliamo dentro, in una tavolata già disposta di vino a cascata e acqua. Che si mangia? Io non so, qua parlano di ravioli e di tortelli, non ho voglia di occuparmene, fatto sta che il cameriere ha dei bei capelli e Lorenzo se li avesse vorrebbe averli come lui, perchè lui di sicuro è un rivoluzionario.

Mamma Ele dice di restare calmo, l’Emma le fa eco e nel frattempo il cameriere dai capelli brillantini la risolve e inizia a apparecchiare di schiacciate e crostini. La cucina aveva tutto pronto e s’era spazientita, così ha fatto un lavorino d’anticipo e ha creato la vita, prelibatezze a pioggia ché la rabbia ti fa fare i miracoli talvolta. E che miracoli. Nell’entusiasmo un vassoio di fiori fritti cade e di grazia non lo vedo, sarebbe stato un colpo basso da infarto bello e buono. Mi guardo intorno, di tanto in tanto: laggiù a capotavola compagna Almita è stanca e c’ha un visino bianco ché il lavoro sì, nobilita l’uomo ma di sabato è una merda, stanne certo. Baracchi s’è rifatto vivo, il novello pompiere, con la sua fiamma benedetta accanto, c’hanno gli occhi a cuore, perdìo, anche se lui è il solito cazzone e per fortuna non ci si fa nulla. La Coppa versa il vino col suo fare a maestrina e i modi aristocratici, ma tanto non ci crede più nessuno. La Giova ha gli occhi rossi di stanchezza, e dio maledica l’Outlet; ragiona con il Ronta, il bel bibliotecario: è venuto in toni il ragazzo ma poteva pure venire in pigiama, ché tanto nessuno l’avrebbe notato…il pigiama. Arrivano pure ravioli e tortelli, qualcuno di là gioca a calcino: l’Irene spacca, pare in forma a bestia, Claudione se la rigoverna come può, la Laurina pure s’impegna e non so più chi altro che la vista è già annebbiata dal vino. La cucina straborda ancora cibo finchè può e ci chiedono pure la pizza se vogliamo ma no, è veramente troppo. Le trippe sono a posto, le trippe sono sazie a puntino. Un dodicino a testa fatto bene, sarebbero undici ma davvero ci si vergogna per quanto è poco e quanto s’è mangiato. Raccolgo i soldi e viene un po’ di più, il Giani capisce perchè. Lo provoco: «ti do il resto? Un bonifico, 75 centesimi utili utili». Il Gino si sganascia ben bene, o era il Bara? Non lo so, ma di sicuro avranno riso entrambi come ai vecchi tempi. Mariano c’avrà fatto da cornice con la sua risata grassa. Fottuto serbo dagli occhi di ghiaccio…

Amarini del Capo, ancora una partita a biliardino e poi si vola fuori. L’Emma interpreta l’oroscopo come un’attrice (e chi meglio di lei?): il cancro, l’acquario, il leone… «Dovrò ancora soffrire?», commenta qualcuno, con l’ironia amara di chi la birra senza gas proprio non la vuole e ha voglia di ricominciare. Leo fuma da una parte, con quella smorfia tenera, un mistume di malinconia e serena accettazione: gli fa freddo, e dio gli maledica il mal di schiena.

E’ buio, la gente inizia a abbandonare, l’Irene apre le danze, i riccioli svolazzano di là dal cancello come nuvole imbizzarrite, segue il Serbo ché a andar via per primo non passi mai bene. E via a ruota libera. Per l’Ele è tardi, scatta il coprifuoco! la Teresa resiste mentre Lorenzo e la Francy vanno a casa lasciandomi un apprezzato Benni tra le mani (anche se forse sotto sotto renziano, filo-governativo, non so, neoliberista?). Si scende giù lungo la stradina sottostante e accanto alla macchina una quercia dà ombra nella notte a un bicchiere di vino lasciato lì per caso. Chi ne ha ancora un po’ si raccoglie in Borgo. Ai giardini Una nota per… è scemata nel nulla, son già arrivati i caramba a silenziare ché la gente vuol dormire. Stradarte pure è morta e resta solo una patina di ventenni accatastati su bicchieri di plastica. Ai piedi del monumento ai caduti c’è un tavolo senza luce. Ci sistemiamo ancora un po’ sorseggiando birra e coca cola. Inizia a fare un freddo becco ma i discorsi volan come niente, si riproducono come animali ed è tutto così naturale che a dio non chiedi più un bel niente.

Io dopo un po’ mollo, non ascolto più, sono cotto e Parigi è finita per l’ennesima volta. Ciò che doveva accadere non è accaduto ed è stato formidabile. Ma pure la birra adesso perde colpi, ed è meglio chiuderla qui. Mi ritrovo ancora al toro di Galliano mentre faccio il gesto di svuotare la bottiglia: l’essenza è già in corpo, tutto il resto vola fuori ai pesci, nessun rimpianto per favore, non è più tempo. Ma è sempre notte fonda, prima o poi. Si rimonta in macchina verso casa e la rotta Borgo-Vicchio pare un’autostrada infinita, un’A1 Napoli-Milano o che so io: sì, un’Autostrada del Sole bella e buona, 28 Soli pieni di pensieri arrovellati e tentazioni demoniache.

Alla fine il random sceglie Michael Gira e all’improvviso parte una chitarra lenta prevedibile quasi barbosa. Una voce triste racconta una storia di morte. Il Sole picchia forte, non è mai stato così alto nella notte, mentre un raggio trapassa rovinosamente il vetro. La sua storia è di rabbia e la rabbia è una preghiera che mi esalta:

 

I’ve got one thing to say

Before I am drunk again:

God damn the sun.

 

Ho una cosa da dire prima che…

La notte in fondo fa il mio gioco, nessun dubbio, e anche se tutto è caotico e spezzato, nelle tenebre diventa un unico universo, un grande schermo fittizio contro una luce che risalta l’ombra.

«Claudione, senti un po’, come si chiama ‘sta canzone…?». «God damn the sun»risponde soddisfatto, ché il suo idolo ha colto nel segno.

«Già… dio maledica il sole, gente… dio maledica il sole…»

 

Ivan Ferraro

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